La fotografia dello stato dell’arte dell’industria di magazine e newspapers nazionale mostra infatti come la lunga fase di difficoltà che ne ha colpito ogni segmento non sia ancora terminata. In particolare, spicca la progressiva diminuzione dei lettori habitué, ovvero di coloro che acquistano ogni giorno la testata preferita: secondo i dati diffusi da FIEG, nel 2012 è stato incassato un nuovo record negativo, con la diffusione media giornaliera dei quotidiani scesa per la prima volta al di sotto dei quattro milioni di copie per un calo di 7 punti percentuali sul 2011 e di 13 punti percentuali sul 2010. Solo dieci anni fa, la vendita media giornaliera era superiore di due milioni di copie rispetto a oggi, e nel 1990, anno nel quale i quotidiani raggiunsero in Italia la massima diffusione, il medesimo indicatore sfiorava i sette milioni di copie.
È stato proprio negli ultimi quattro-cinque anni – ovvero in concomitanza con il boom del web e dell’informazione online - che il calo dell’indice della lettura dei quotidiani è andato accentuandosi, con tassi di riduzione che tra il 2008 e il 2012 sono stati costantemente superiori al 4% annuo. Al crollo delle vendite si sono accompagnati, poi, la diminuzione delle tirature e, fenomeno tutto italiano, l’incremento della percentuale di resa. Indicatore, quest’ultimo, che, a causa della configurazione del sistema distributivo nazionale della carta stampata, si attesta intorno al 30% delle copie tirate. A tale proposito, è interessante riportare i dati divulgati da ADS (Accertamenti diffusione stampa), che suddivide le copie di quotidiani complessivamente prodotte in tre grandi categorie: copie che generano ricavi, ovvero vendite e abbonamenti pagati; diffusione non produttiva, costituita da copie e abbonamenti gratuiti, vendite in blocco e altre tipologie minori di diffusione; resa, ovvero le copie non vendute né altrimenti diffuse che finiscono al macero. Ebbene, lo studio di ADS rivela che tra il 2009 e il 2012 le copie produttive sono passate dal 70% al 68%, quelle non produttive sono diminuite dal 4% al 3%, mentre la resa, che era pari al 26% nel 2009, è salita al 29%, segnalando il fatto che ogni anno vanno al macero quasi seicento milioni di copie.
Dati e indicatori parlano chiaro: l’industria della carta stampata rimane nell’occhio del ciclone e il relativo mercato non ricomincerà a crescere mantenendo la medesima configurazione. E laddove una revisione strutturale e organizzativa della filiera appare dunque necessaria e indispensabile, vi sono già chiari segnali che la comunicazione print si sta preparando per tornare alla ribalta e conquistare il proprio posto nella grande industria dell’informazione di ultima generazione. Con quali strumenti? Guardando in direzione del web, ovvero di una virtuosa integrazione con le piattaforme virtuali, e usufruendo, anche in ambito produttivo, dei vantaggi offerti dalle tecnologie digitali.